Duilio Litorale romano – Novembre 2014

17_DUILIO_NOV_copertinaLa disabilità rientra in quella categoria di fenomeni che ognuno di noi crede di conoscere, ma che in realtà non ha capito appieno.
La ragione di ciò sta, io credo, nella tendenza molto diffusa, quando ci troviamo ad avere a che fare con questioni delicate, ad adeguarci a prese di posizione comuni che in quanto tali sono di certo socialmente convenienti ma peccano di un grave difetto: la superficialità. In altre parole quando siamo chiamati ad esprimere la nostra opinione su certi argomenti finiamo per essere fatalmente attratti da quel porto sicuro, eppure così insidioso, meglio conosciuto come “politicallycorrect”. Ed è a questo punto che mi vengono in mente tutti gli sforzi fatti non solo in ambito normativo, ma anche nel linguaggio comune, per trovare alla disabilità un nome con cui chiamarla senza rischiare rimprovero o disapprovazione sociale.
E allora non posso fare a meno di chiedermi cosa accadrebbe in queste circostanze se anziché dare tanto peso alla forma si desse corpo alla sostanza; cosa sarebbe stato se tutte queste attenzioni fossero state riversate piuttosto nell’inventare un sistema di welfare vicino ai cittadini disabili e non, nel costruire una comunità realmente consapevole. Poi un giorno mi capita di “incontrare” sul web Stella Young una giornalista australiana e il suo speech dal titolo: “Non sono la vostra fonte d’ispirazione, grazie lo stesso”. Stella è affetta dalla poco conosciuta sindrome di Lobstein o Ostogenesi imperfetta, una malattia genetica che colpisce le ossa rendendole inclini a fratturarsi. Di conseguenza è costretta, praticamente da sempre, su una sedia a rotelle. Nel suo speech la Young denuncia la bugia vendutaci dai media per cui essere disabili renderebbe eccezionali. Denuncia cioè la prassi di assurgere queste persone a modelli d’ispirazione al fine di consentirci di porre nella giusta prospettiva i problemi che ci affliggono. La definisce un’oggettivazione dei disabili a beneficio dei non disabili. Non c’è dubbio che si tratti di una presa di posizione forte, idonea a suscitare sentimenti controversi. Eppure, a pensarci bene, quella che Stella ci lancia è una provocazione, una sfida ad affacciarci a una finestra diversa. Vivere una disabilità sia in prima persona che come persona cara ha in sé il seme del coraggio, un seme che suscita ammirazione. Tuttavia c’è un’istanza alla quale tendiamo a restare sordi: le persone disabili rivendicano il loro diritto di essere considerate e trattate nel modo più ordinario e normale possibile. Ed eccezionale è la negazione di normale. Questo è quello che Stella vuole dirci. Si fa portatrice di una voce diffusa e poco ascoltata quando, riferendosi a un episodio della sua adolescenza, ci dice: “Voglio vivere in un mondo in cui una ragazzina di 15 anni seduta nella sua camera a guardare la TV non venga indicata come qualcuno che sta facendo qualcosa di speciale perché lo sta facendo seduta. Voglio vivere in un mondo in cui si dia vero valore alle conquiste dei disabili.” L’obbiettivo di questo dossier è capire come la te–matica è vissuta sul nostro territorio e cosa il nostro territorio fa per questa tematica. Ma vorrei che i lettori vi fossero introdotti ancora una volta dalle parole della Young: “La disabilità non ti rende eccezionale, ma mettere in discussione quello che pensavi di saperne sì.”